Leggendo e parlando con altri mi rendo conto di quanto spesso sottovalutiamo la forza che hanno molte delle parole che usiamo abitualmente. Diamo per scontato ed accettato il loro uso, sottovalutandone le implicazioni mentali.

Parole come “dovere” o “colpa”, per esempio, evocano campi semantici molto ricchi legati alle personali esperienze di vita, di crescita, di rapporti. Sono quindi scritte e pronunciate nello stesso modo, ma l’e

ffetto che generano su ciascuno di noi è spesso differente.

La parola “colpa” è uno degli esempi più forti e chiari. La definizione da dizionario recita: “… ogni azione o omissione che contravviene a una disposizione della legge o a un precetto della morale, o che per qualsiasi motivo è riprovevole o dannosa; anche, la responsabilità che ne deriva a chi la commette”; e anche: “Causa principale, anche se involontaria, di effetti spiacevoli o dannosi”, senza sottovalutare la connotazione teologica e religiosa che questo vocabolo trascina.

A me appare forte la connotazione negativa che questa parola porta con sé: se la parola “responsabilità” sottintende una presa di coscienza, la colpa appare enfatizzare maggiormente l’aspetto riprovevole, il giudizio morale, al di là di quello strettamente giuridico, su cui non intendo soffermarmi perché é chiaramente definito. Colpa risuona sbagliato, risuona causa di danni e di ripercussioni gravi, quasi in necessità di fare ammenda.

Mi chiedo: siamo davvero sempre colpevoli quando sbagliamo qualcosa? Organizzare un’azione, fare una scelta, comporta un’analisi iniziale, un ragionamento e quindi una scelta finale. Questa scelta porta a delle conseguenze. Talvolta le conseguenze possono essere in linea con le aspettative, talvolta no.
Abbiamo davvero bisogno di sentirci in colpa se queste aspettative vengono disattese? Se abbiamo preso una decisione con la convinzione fosse la migliore possibile, siamo senz’altro responsabili di quella decisione, ma che l’effetto non sia poi quello sperato può diventare uno spunto di crescita, l’acquisizione di nuove informazioni, una presa di coscienza ad un livello più elevato, una base di partenza da cui lanciarsi in ulteriori indagini ed approfondimenti.

Il verbo “dovere”, dal dizionario Treccani, viene definito “Obbligo morale di fare determinate cose o concretamente ciò che l’uomo è obbligato a fare, dalla religione, dalla morale, dalle leggi, dalla ragione, dallo stato sociale ecc.” [ https://www.treccani.it/enciclopedia/dovere/?search=dovere%2F ]. Quanto spesso confondiamo il dovere con la scelta? Io credo molto più spesso di quanto ce ne rendiamo conto.

Morire è un fatto ineluttabile. Prima o poi, in un modo o nell’altro, succede a tutti, fa parte della vita e prima lo accogliamo per quello che è e smettiamo di demonizzarne il significato, prima arriveremo a concederci di abbracciare la vita per quel che essa è realmente.Tolto il “dover morire”, tutto il resto è una scelta.

La religione obbliga con i suoi dettami, ma abbracciare una religione è una scelta. Può venire indottrinata dall’ambiente sociale di nascita, ma restarci da adulti è una scelta.

La morale può obbligare, ma la morale di chi? Di quale epoca? Di quale civiltà? Di quale luogo geografico? La schiavitù era legale, e lo è stata per secoli, avere uno schiavo era ritenuto moralmente accettato, ma anche legalmente e socialmente. Oggi non lo è più, o non dovrebbe esserlo, quindi la morale cambia con lo sviluppo dell’uomo.

Le leggi? C’è stato forse qualcosa di più mutevole, opinabile e malleabile nella storia?

La ragione. Sempre dal dizionario Treccani: “1. a. La facoltà di pensare, mettendo in rapporto i concetti […] gli hai risposto male, ma aveva r. lui; è così prepotente che vuole sempre aver r.; avere cento, mille ragioni, mille volte ragioneragioni da vendere; chi più urla, ha più r., prov., è più facile farsi valere con le maniere forti. Molto frequente

La facoltà di pensare, quindi, che va di pari passo allo sviluppo dell’uomo e della sua cultura, del suo grado di civilizzazione, altra parola che nei secoli ha cambiato spesso connotazione… quindi anche la Ratio, la ragione, è mutevole…
Tornando a noi, quindi, il tema del dovere è quanto mai effimero e malleabile, va contestualizzato ed arginato, altrimenti tracima in un’infinità di opinioni.

Dove voglio arrivare? In nessun posto preciso, ma trovo affascinante l’idea di mettere in discussione la scelta delle parole, rivalutarne il significato ed allineare il pensiero con la sua descrizione più precisa possibile.

Se il pensiero sforna le parole, le parole forgiano il pensiero. Più parole conosco, più il mio pensiero si articolerà, più conoscerà nuove parole per descrivere e descriversi e si evolverà di continuo. Scegliamo le parole con cura ed attenzione.

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